Ad oggi ? No, grazie !

“AD oggi” PERCHÈ ? ovvero: cronaca di una follia grammaticale in incontrollata espansione


Scusate lo sfogo, ma non se ne può più di subire queste espressioni finto-colte infilate ovunque, come coriandoli stanchi dopo Carnevale. Si, questo è un blog di cucina e non di letteratura cruscante, ma potrei dare a voi che obiettate la stessa risposta che diedi a un mio vecchio alunno, a cui in un compito di elettronica osai segnare in rosso, non come errore, ma come attenzione,  la frase che cominciava con “se Lo Scilloscopio (sic) fosse avesse stato…”. Alla domanda “ma lei è un professore di elettronica, mica di italiano, come si permette ?” mi vidi costretto a rispondere come anche ora non vorrei fare…

Voi siete sicuri di volerlo ? no ? allora continuate la lettura e riflettete un attimo.

C’è un’espressione che negli ultimi anni ha cominciato a insinuarsi nei discorsi come la zanzara di Ferragosto: piccola, apparentemente innocua, ma capace di rovinare la quiete. Sto parlando di quel famigerato “ad oggi” che, infilato in frasi altrimenti normali, pretende di sembrare solenne, preciso, addirittura indispensabile. E invece no: è solo un travestimento malriuscito, una specie di maschera di Carnevale che tenta di spacciare un “oggi” qualsiasi per un concetto da circolare ministeriale.

Ora, intendiamoci: nessuno finirà in galera per aver detto “ad oggi”. Non stiamo parlando di reati gravi come scuoiare la grammatica davanti a un pubblico di accademici o sostituire il pecorino con il parmigiano nella carbonara. Eppure, proprio come quel cucchiaino di zucchero messo per sbaglio nel sugo al pomodoro, anche qui il danno non è catastrofico ma fastidioso: rovina l’equilibrio, lascia in bocca un retrogusto di finto-colto che non serve a nulla.

Eppure, eccolo lì, che compare nei comunicati stampa, nelle e-mail aziendali, nei titoli di giornale. Perché? Forse perché “oggi” da solo sembrava troppo spoglio, troppo nudo. Qualcuno avrà pensato: “mettiamoci un po’ di velluto linguistico intorno, così sembriamo più seri, magari pure più colti”. Il risultato? Una di quelle giacche troppo grandi prese in prestito dallo zio per sembrare adulti a quattordici anni. Non ti dà autorevolezza: ti fa sembrare solo impacciato.

C’è anche chi lo difende dicendo che “ad oggi” avrebbe un significato più ampio, che indicherebbe un limite temporale, come “fino a oggi”. Peccato che esista già “fino a oggi”. Tagliare via “fino” e lasciare un “ad” monco è come chiedere una carbonara senza guanciale: il piatto lo riconosci, ma è uno scherzo malriuscito.

Poi, certo, “ad oggi” ha i suoi complici. Spesso si muove in branco con altre formule sospette: “in ottica di”, “nell’ambito di”, “piuttosto che” usato come “oppure”. È il vocabolario dell’open space, delle slide in PowerPoint, dei verbali condominiali, dei fuffaguru, degli influencer sguaiati. Un linguaggio che si veste di giacca e cravatta ma che, sotto sotto, ha ancora le ciabatte ai piedi.

Perché ce l’abbiamo tanto con lui? Perché la lingua, quella viva e concreta, non ha bisogno di imbellettarsi per farsi capire. “Oggi” basta e avanza, è diretto, pulito, preciso. “Ad oggi”, invece, è l’amico che si autoinvita a cena e arriva pure in ritardo, pretendendo il posto migliore a tavola.

Passeremo allora in rassegna tutte le accuse mosse a questa espressione: dal punto di vista grammaticale, semantico, stilistico, logico, storico e persino comico. Le vedrete sfilare una dopo l’altra, come prove in un processo un po’ grottesco. Alcune vi faranno sorridere, altre vi faranno annuire, altre ancora forse vi convinceranno a sradicare “ad oggi” dal vostro vocabolario.

Del resto, “oggi” non ha bisogno di avvocati. È lì, saldo, semplice, comprensibile da tutti. “Ad oggi”, invece, resta un piccolo imbucato che crede di essere indispensabile, ma che nessuno ha mai davvero invitato.

Perchè eliminare “ad oggi” dal vocabolario ?

1) Sul piano grammaticale puro:
La preposizione “a” davanti a “d” non ha nessuna giustificazione: non c’è fusione fonetica obbligatoria, non c’è elisione.
La d eufonica (“ad” invece di “a”) in italiano è ammessa solo quando la parola successiva inizia con la stessa vocale (“ad esempio”, “ad agosto”). “Oggi” non comincia per “a”, quindi la “d” non ci dovrebbe stare.
Dire “ad oggi” è come infilare un calzino spaiato: nessuno muore, ma chi ti guarda pensa “perché?”

2) Sul piano semantico:
Ad oggi” non aggiunge nulla rispetto a un semplice “oggi”. Dire “Ad oggi ho tre cani” = “Oggi ho tre cani”. La preposizione non introduce alcun complemento logico.
Non è un’espressione cristallizzata della tradizione letteraria: non la trovi nei testi classici, ma solo in burocrazia e fuffagurese recente.

“Ad oggi” non dice nulla di più di “oggi”. È come ordinare una pizza margherita e poi chiederla “con aggiunta di pomodoro” o come i sottotitoli nei film doppiati: ridondante.

3) Sul piano stilistico:
Suona ridondante e pomposo: è uno di quegli artifici che si infilano per darsi un tono serioso, ma finiscono per appesantire la frase.
Rientra nei modi di dire “finto colto”, simili a “piuttosto che” usato come “oppure” o “in termini di” infilato a caso.

Suona pomposo e burocratico. Tipo quei discorsi aziendali dove invece di dire “non abbiamo soldi” usano “in ottica di razionalizzazione delle risorse”.
“Ad oggi” è il completo grigio stropicciato del linguaggio: pretende eleganza, ma cade male.

4) Sul piano lessicale e logico:
La preposizione “a” in italiano indica spesso moto a luogo o termine (“vado a Roma”, “scrivo a Marco”). “A oggi” non indica né un movimento né un destinatario, quindi l’uso è forzato.
Se volessi esprimere un limite temporale (“fino a oggi”), la formula completa già esiste ed è chiara. Tagliando via “fino”, resta un troncone zoppo.

La preposizione “a” serve a dire “vado a Roma”, non “vado a oggi”. Che fai, prendi il treno e scendi alla fermata “Oggi”? Usarlo così è come chiamare un ascensore e ritrovarti un tapis roulant: non ti porta da nessuna parte.

5) Sul piano della chiarezza comunicativa:
“Ad oggi” crea ambiguità: suona come se ci fosse un contrasto con un “da domani” o “fino a ieri”, ma in realtà non lo specifica.
“Oggi”, “al momento”, “per ora”, “finora” sono tutte alternative più nette e precise.

“Ad oggi” crea un’attesa che non mantiene. Suona come “attenzione, sta per arrivare una grande rivelazione temporale”… e invece niente.
È il “clickbait” delle espressioni linguistiche: promette di più di quello che dà.

6 ) Sul piano dell’utilizzo storico :
È un neologismo recente, spuntato soprattutto nel linguaggio aziendale, burocratico e giornalistico. Non ha radici solide nell’uso comune tradizionale.
È un calco dall’inglese “as of today”. Una di quelle mode linguistiche che sanno di brutta imitazione. Un po’ come chi dice “io lavoro in ambito marketing” ma poi distribuisce volantini davanti al supermercato.
Oppure come quando tua nonna pronuncia “Facebook” “Feisbuc” con la c dura: si capisce cosa intende, ma fa sorridere.

In sintesi:

“Ad oggi” è fastidiosamente scorretto (o almeno scorretto-ibrido) perché mescola un “ad” che lì non dovrebbe stare, non aggiunge significato, appesantisce lo stile, nasce da mode burocratiche e traduzioni sbagliate, e soprattutto: esistono già espressioni italiane più precise.

D’ora in poi per favore dite “oggi”, “finora”, “per ora”, oppure “al momento”. Grazie 🙏